Venne chiamata fondazione del fascio di Brescia - in realtà fu l’atto di costituzione delle prime squadre d'azione – la piccola adunata di dieci «disperati» quella sera fredda di aprile nella saletta silenziosa e buia del Caffè Maffio.
Spirito di avventura, amor di Patria spinto fino al parossismo, volontà temeraria che rasentava il desiderio di morire per l’idea, maturata pochi giorni prima in Via Paolo da Cannobio a Milano.
Arriviamo, cariche, onori?
Si.
Essere in più alto per essere in testa all’assalto, essere primi per toccare prima la morte, avere l’onore di essere davanti al fratello per proteggerlo col proprio corpo.
E quando i cortei rossi di vino e di ___ (illeggibile forse gente), attraversavano le vie della città che aveva conosciuto la gloria e l’eroismo delle X Giornate, il manipolo dei «ragazzi» si stringeva attorno al tricolore, l’unico che sventolava per Brescia.
Perché anche la Prefettura l’aveva ammainato.

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Pochi ricordano la spedizione di Bolzano del '21.
Il 21 aprile i tirolesi istigati ed appoggiati dal «Deutscher Verband» organizzano una manifestazione di forze di contadini in costume nazionale tedesco.
Le squadre d'azione di Verona e di Brescia si concentrarono a Trento nella notte ed al mattino scendano dal treno alla stazione di Bolzano.
Il commissario Credaro sa della provocazione ma ignora che vi sono degli Italiani, fra i quali dei giovanissimi, che impediranno ad ogni costo la manifestazione dei teutoni.
Al suono del «Deutschland über alles» sfilano le rappresentanze; negli uomini caratteristico il passo d’oca.
Uno dei fascisti ha sventolato un fazzoletto tricolore ma viene subito circondato da un gruppo urlante di tedeschi e bastonato a sangue. Si accende furiosa la lotta.
Il grido di guerra copre per un instante il frastuono della musica e sui teutoni si scaglia tremenda la banda esigua dei fascisti.
Un sibilo acuto, altri ancora, esplodono fragorosi i petardi.
Un tedesco morto e parecchi feriti, qualche squadrista bastonato; il corteo in fuga.
Erano sessanta contro tremila.
Ma l’azione non è finita.
Di corsa le camicie nere bresciane, le prime che vide l’Alto Adige si portarono in piazza del municipio dove una targa marmorea ricorda la benemerenza di S. M. Imperiale Francesco Giuseppe.
Alcuni carabinieri tentano opporsi, ma i bresciani hanno una idea grande, luminosa «Kolossal»: intonano stonati e a squarciagola la Marcia Reale.
I militi benemeriti hanno compreso; germanicamente si irrigidiscono sull’attenti e sotto gli sguardi furenti degli atesini la targa appiattisce a terra e vola in frantumi.
Era la squadra degli arditi e faceva onore al suo nome.
Più di una situazione critica era stata risolta in un batter d’occhio.
Bertolazzi, alto, forte, dal viso dolce e dai lineamenti marcati; era il comandare buono e coraggioso.
Trenta ragazzi di fegato, silenziosi, decisi, sempre pronti, Freddi. Era «La Disperata».
Venti uomini tranquilli e sereni, distintivo con i colori della Brigata toscana. Erano della «Lupi».
Bertolotti, grande, muscoloso, volontà di acciaio, il Comandante.
Sbarazzini irrequieti, insofferenti, i «ballila» dello squadrismo, cuore d’oro, risoluti. Tutti giovanissimi, scappavano da scuola di giorno, si calavo dalle finestre la notte, ma erano sempre presenti alle adunate. Quaranta. Era la «Me ne frego».
Novanta ragazzi che per tre anni tennero in scacco tutta la provincia, trentamila organizzati rossi, i prefetti di Nitti, Giolitti e Facta.
L’ardito Martinengo, sergente a sedici anni, tubercolotico di guerra, tre medaglie al valore; piccolo e mingherlino.
Sfilano il 26 marzo per le vie di Milano le squadre Lombarde. In piazza del duomo un giovanottone, noto sovversivo bandito da Brescia lancia un insulto.
Gli squadristi bresciani sono sull’attenti nessuno si muove: solo l’ardito Martinengo ha visto lampeggiare gli occhi del suo comandante ed ha afferrato l’ordine silenzioso.
Due sbalzi felini, leggeri, come lassù sul Grappa, e due pugni che hanno la durezza dell’acciaio arrossano le guance del vigliacco che non ha la forza di reagire.
Guardiamo la folla; assiste muta ed ammirata. Ha capito la disciplina fascista.
Una sera fredda invernale del ’21 una squadra di «arditi» rossi parte dalle Camera del Lavoro per affiggere manifesti sovversivi.
Dietro a pochi passi, ombre nella notte, seguono tre o quattro fascisti.
I primi incollano un manifesto; poco dopo gli altri lo staccano.
Il giuoco dura indisturbato fino a mezzanotte e quando gli «arditi» rifanno la strada per il ritorno si accorgono dello scherzo burlesco.
Per giunta alle prime esclamazioni offensive, si buscano una potente dose di legnate.
Il giorno dopo l’on. Viotto in persona, con trenta dei suoi fidi scorta gli attacchini e si porta in corso Zanardelli, nel cuore della città.
L'atto in sé costituiva una grave provocazione perché ai sovversivi era vietato di transitare per le vie centrali; il modo villano e spavaldo dei sovversivi fece il resto.
Rodolfo Rodolfi in quei giorni eletto comandante della «Disperata», lineamenti di cavaliere spagnolo, cappello alla messicana, il bastone appeso al braccio, osserva il movimento insolito.
È solo. Nell'ora impropria, sono le quindici, gli altri camerati sono dediti alle loro occupazioni.
I sovversivi hanno avuto il momento opportuno.
Non importa.
Il gruppo intanto si avvicina. Poco lontano due guardie regie guardano senza vedere; qualche passante osserva incuriosito.
Rodolfi fida nella sua generosità acrobatica, nel suo coraggio tremendo, nella sua fede di fascista, nella fortuna; in tutto.
Silenzioso, misura le distanze. Tre salti, uno sbalzo lungo, nervoso, felino, e il bastone come una clava cade con la rapidità della folgore sulle teste degli avversari che reagiscono.
La zuffa si accende furibonda, terribile, Rodolfi sente la sua forza decuplicarsi. Tre, quattro avversari cadono, un ultimo sforzo: Viotto ha riunito una decina dei suoi ed oppone una difesa disperata. Due fendenti per farsi largo e Rodolfi gli è addosso misura un colpo tremendo.
Alla vista del capo caduto gli «arditi» fuggono e abbandonano il pentolino della colla.
Allora Rodolfi si china, l'afferra e copre con grazia delicata il capo di Viotto che rialzatosi cerca con sguardo smarrito i suoi valorosi satelliti.
Saracinesche che si chiudono in fretta, plotoni di guardie regie e carabinieri, si sospende la circolazione.
La spedizione era costata cinque feriti e duecento manifesti murari.

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1 maggio 1922.
Le squadre d'azione fanno funzionare tutti i servizi pubblici.
Non basta. Si tenta di organizzare un corteo rosso, sono circa cinquecento persone, bandiere rosse, musica.
Un manipolo di audaci, trenta squadristi, si lancia all’attacco: una corsa estenuante che assottiglia la schiera e la riduce a otto persone: l’assalto.
Le bandiere rosse in un attimo cambiano mano.
Gino Compagnoni colpito alla testa cade, un’asta di bandiera si agita e scende con forza sulle sue spalle, ma pronto come un fulmine, Ferrari, comandante della «Me ne frego» fa scudo col suo corpo e devia il colpo forse mortale.
Tre mesi dopo durante lo sciopero generale dell’Alleanza del Lavoro si costituisce definitivamente la Legione ed assume il comando il Console Luigi Begnotti, vecchia camicia nera.
Gli squadristi si prodigano nei servizi più svariati, faticosi e duri: sono lavoratori o soldati a seconda che il momento e le circostanze lo richiedano.
Si avvicina il giorno dell’ultima mobilitazione.
Tutte le speranze sono tese verso l’aspirazione suprema; tutte le ansie e tutti i tormenti della vigilia avranno finalmente la loro libertà.
Nella seconda spedizione di Bolzano gli squadristi Bresciani si distinguono entrando per primi nel Municipio ed occupandolo dopo uno scontro violento con la forza pubblica.
Assume in questo periodo il Comando della Legione il Console Augusto Turati che con passione ardente ha raccolto attorno ai suoi gagliardetti, silenziosa e forte una Milizia di duemila uomini.
L’alba sospirata del 28 ottobre vede per le vie e per le piazze i bivacchi delle squadre d’azione in assetto di guerra.
Con un’azione rapida e decisa «La Disperata» s’impadronisce della Casa del Popolo mentre la «Me ne frego» con un assalto travolgente e dopo uno scontro incruento con le squadre regie penetra nella sede del giornale popolare «Il Cittadino» che si pubblica il giorno dopo e per tutto il tempo dell’occupazione come organo della Federazione Fascista.

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Il 1 marzo 1923 con una sfilata grandiosa e con l’ammassamento nello storico cortile del Broletto, la XV.a Legione «La Leonessa» si costituiva in corpo armato della Nazione.
Ne assumeva il comando il Console Augusto Turati e le sei Coorti avevano per comandanti i seniori Gino Compagnoni, Gazzotti, Guarnieri, Domenighini, Caneva ed il Centurione Battaglia.
Completato il quadro dei reparti, la centuria ciclisti con sede a Virle Treponti comandata dal Centurione Scaroni, e la mitraglieri agli ordini del Capo Manipolo Guaragnoni.
La caserma venne sistemata nei locali dello storico Palazzo ex Monte di pietà convenientemente rimodernati ed adattati.
Sotto l’impulso vigoroso del Centurione Bastianoli vecchio ufficiale delle «Fiamme nere» ed aiutante maggiore della Legione tutti i servizi funzionano in modo perfetto.
Dopo pochi mesi fu possibile allestire la sala d’armi che è sotto la direzione del Maestro Seniga e che raccoglie ogni sera moltissimi appassionati dell’arte cavalleresca fra i quali distinti ufficiali dell’esercito e dell’Aereonautica.
Il Campo Sportivo «Benito Mussolini» e la sala di «boxe» Augusto turati sono altre emanazioni della Milizia bresciana come il corso premilitare che da tre anni funziona sotto la direzione continua ed occulata del centurione Rinaldini.
Nei ruoli della Legione figurano i nomi più noti dello squadrismo eroico. Essa prese il nome dai versi carducciano ben noti:

Brescia la ferrea
Brescia la forte
Brescia Leonessa d’Italia.

E questo nome non è indegno delle tradizioni gloriose di Brescia e della Legione delle Camicie nere.
Ha una forza di 2500 uomini fra i quali 1700 sono coloro che fecero barriere coi loro petti all’orda degli invasori sul Piave di sangue e sul Grappa due volte rosso.
L’ufficiale più anziano è il Capitano Raffo che ha fatto la campagna di Domokos con Ricciotti Garibaldi nel ’97, di Adua, di Cuba, dei Balcani, di Grecia, Libica, nelle Argonne, e l’Italo--Austriaca, sempre volontario.
Vittorio Montiglio, medaglia d’oro, il Cileno combattente a quattordici anni, tenente degli alpini a quindici, l’«eroe fanciullo», il Legionario di Fiume nel 1919-20 e nel ’22, il noto assaltatore della Camera del Lavoro di Torino; è camicia nera della Legione nel cui Territorio venne ferito dai sovversivi e subì la mutilazione.
Il tenente Rambaldini e il sergente Sealvinelli, tre medaglie d’argento ed una di bronzo, il capitano Savone, aiutante maggiore di Randaccio, il sergente Paganelli, il centurione De Leva, il soldato Migliorati decorati ognuno con due medaglie d’argento e due croci al valore, l’aiutante di battaglia Baccinelli cinque medaglie al valore e proposto per altre tre, cinque volte ferito, sono le camicie nere più decorate della Legione che conta nei suoi ranghi una medaglia d’oro, 107 medaglie d’argento, 185 medaglie di bronzo.
Comanda la 4.a coorte il seniore Franco Guarnieri, fratello del capitano Enea degli alpini morto per soffocamento in prigionia per salvare i compagni fuggiaschi e decorato di medaglia d’oro per il suo comportamento eroico in combattimento.
142 sono i mutilati di guerra e 379 i feriti, inoltre 1353 croci di guerra sono distribuite fra gli ex combattenti.
I feriti fascisti sono 150 accertati, fra i quali con due ferite: il seniore Gino Compagnoni e Lino Domenighini, il centurione Guido Parenti, i Capi Manipolo Atlantico Ferrari e Ottavio Pitzalis, le camicie nere Frigerio e Brassini.
La vittoria fu irrorata di sangue generoso che ricorda il contributo di gloria e di passione.
In tutte le cose buone e belle è un fondo di dolore e di tristezza.
Una notte di maggio quando la primavera si annunciava con i suoi fiori e le sue speranze, e le sorti maturavano con la stagione, Faustino Lunardini, l’adolescente pallido dal sorriso buono di fanciullo cadde senza lamenti e senza imprecare, segnando la via del sacrificio e del martirio.
Nel Caivano aspro e tormentoso si incontrarono senza pianto e senza dolore i fratelli del Sacrificio e dell’Ideale: Giuseppe Pogliaghi, Francesco Pezzola, Giuseppe Giustacchini, Luigi Palini, Ferdinando Botturi, Marco Scaramuzza, Piero Andreoli, Francesco Giustacchini.
Erano tutti diversi di età, di abitudini, di condizioni, ma tutti affratellati un una religione eroica, tutti riuniti in un voto di amore e stretti in un giuramento di bellezza.
Si donarono alla Patria in umiltà ed in silenzio, senza rimpianto e senza rancore; grandi, sublimi, Martiri del Fascismo.

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Nella valle del Dezzo, il torrente tumultuoso che dai monti bergamaschi del Gleno e della Grigna convoglia le acque fino all’Oglio, si agitava il fervore di opere delle popolazioni umili e buone della vallata.
Le prime nevi erano cadute ed il paesaggio spirava pace, bontà ed amore.
La tragedia fu improvvisa e terribile.
Il 10 dicembre 1923 la massa d’acqua contenuta nel bacino artificiale ruppe le dighe e si rovescio cupa e assordante con furia di valanga e con rabbia di uragano sulla terra feconda e sulle popolazioni ignare, e con la desolazione e la rovina portò la morte in ogni cosa viva e il terrore e la disperazione.
Tre ore dopo con miracolosa rapidità era sul posto la Coorte (VI) della Val Camonica.
Arrivarono il giorno dopo carabinieri ed alpini, guardie di finanza ed altri reparti di Milizia per ammirare l’opera dei loro commilitoni.
Le camicie nere della sesta Coorte si prodigarono con ardore di fratelli e con pietà altissimo e santa; e raccolsero braccia, gambe, tronchi di vecchi e fanciulli, uomini e donne; lavarono resti e composero cadaveri coperti di fango e di poltiglia, per giorni interi nelle acque fangose e gelate, senza mangiare e senza dormire, senza riposo e senza conforti.
S.M. il Re, Gabriele d’Annunzio, Ministri ed autorità rimasero ammirate dall’opera della Milizia, e rimasero ammirati anche gli alti ufficiali dell’Esercito che ai loro dipendenti citarono ad esempio la XV. Legione dei Volontari.
Quindici giorni durò quel lavoro di pietà in mezzo alle acque limacciose ed alle carni in putrefazione, fra gli odori e gli orrori di quei resti pietosi, senza un lamento od una protesta dei soldati umili e sublimi dell’amore della carità umana.
Carabinieri ed alpini intanto provvedevano ad assicurare gli alloggi ed i viveri; mentre i reparti speciali della XV. Legione assistevano le comunicazioni costruendo ponti provvisori e strade di uso momentaneo sulle acque stagnati e nel fiume torrentoso con l’acqua fino alla cintola, sotto il vento gelato che tagliava la pelle del viso e elle mani, sopportando il nevischio insistente e terribile, tutti, ufficiali, graduati e militi, mirabili di ardimento e di pazienza, di bontà e di dolcezza.
Raccolsero fanciulli senza famiglia e senza tetto e furono padri affettuosi e buoni, raccolsero adolescenti e furono fratelli, raccolsero vecchi e furono figli.
Non bastava.
I predoni, i miserabili che di ogni sventura fanno la loro fortuna, tentarono il saccheggio ed il furto sacrilego.
E le camicie nere tornarono soldati, imbracciarono il moschetto e vigilarono la notte accanto al camerata intento al lavoro; montarono la guardia in mezzo alle rovine ad alle acque, guardarono le casupole sperdute e le chiesette tranquille, rispettate dalla furia degli elementi, per salvarle dalla rapacità degli uomini senza cuore e senza pietà.
I comandi superiori promisero la ricompensa al valore alla Legione «Leonessa» ma ancora i meriti ed i sacrifici, le opere ed i tormenti di quelle giornate di tragedia, di orrore e di dolore non hanno avuto il loro riconoscimento tangibile ed ufficiale.
Il 31 agosto 1924, cinquecento militi ciclisti della Legione si portarono con i propri mezzi, dopo essersi concentrati a Brescia, sul Tonale, il monte posto a cavallo del vecchio confine austriaco.
150 chilometri sempre in salita vennero percorsi durante la notte e all’alba la meta era raggiunta; non un milite mancava all’appello.
In testa, di esempio ai dipendenti, marciava il seniore Compagnoni. I militi prestarono servizio di ordine pubblico e dopo avere reso omaggio al primo Comandante Generale S.E. De Bono ripresero la via del ritorno.

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S.E. De Bono così si esprimeva sul foglio d’ordine del 31 dicembre 1923.

«È con vero orgoglio di padre che porto a conoscenza la virile e luminosa espressione con la quale il console Turati della XV. Legione ha concluso il suo rapporto sull’opera prestata dal proprio reparto nel disastro del Gleno.
«Convinto che la Milizia altro non debba essere e non sia che scuola di dovere, di altruismo e di austero sacrificio, non credo opportuno segnalare gl’infiniti episodi di coraggio, di abnegazione e di alto civismo per una speciale ricompensa»

Luigi Romelli, lo squadrista buono, che Tenente degli Arditi aveva avuto il braccio sinistro orrendamente mutilato si meritava l’encomio solenne.
Capo Manipolo Romelli sig. Luigi, XV. Legione «Leonessa» (Brescia) II. Zona.
«Mutilato di guerra, accorreva in Val di Gleno calandosi per primo nelle acque minacciose, dove rimaneva lunghe ore per attendere all’opera di arginamento e di soccorso, stabilendo un passaggio lungo il quale fu possibile costruire una passerella. Esempio costante di civiche virtù e di sereno sprezzo del pericolo».
Corna di Darfo 1. Dicembre 1923.

Giuseppe Ferretti pure, essendo in età avanzata, non esitava davanti allo spettacolo di orrore. Viene encomiato così:
«Centurione Ferretti dott. Giuseppe – Capo Manipolo Durini sig. Carlo, XV. Legione (Brescia):
«Primissimi giunti sul luogo del disastro di Corna di Darfo, nella prima opera intesa di pochi alpini, carabinieri, finanzieri e «camicie nere» furono bello ed eccitarono esempio ai dipendenti: infaticabili nel provvedere ai più delicati ed urgenti servizi, nel costruire multiple dighe attraverso il Dezzo, sotto la pioggia e malgradi la furiosa corrente giungesse loro ala cintola».
Corna di Darfo 1. Dicembre 1923.

Ferruccio Migliorati, l’alpino eroico e mirabile d’ardore e di valore:
«Camicia nera della XV. Legione.
«Esempio generoso di audacia, primo fra i primo, si gettava nelle acque impetuose del Dezzo a rinforzar dighe, a ricuperare cadaveri, persistendo più ore nel pietoso lavoro, sempre immerso nell’acqua, in continuo pericolo della corrente violentissima».
Corna di Darfo 1. Dicembre 1923.

In data 15 gennaio 1924 il generale de Bono encomiava le Camicie Nere Lorandi Alessandro, Gilberto Battista, Cadaldi Enrico, Tonati Angelo della 9.a Centuria.
«Scoprivano e concorrevano all’arresto di una pericolosa banda di falsari. Leno 9 gennaio 1924».

Giuseppe Berardelli ed Ettore Carlo distaccati in Libia riportano l’encomio perché:
«Assegnati ai reparti specialisti, spinti da superbo ardimento, chiedevano di entrare in una centuria combattente e si esponevano con entusiasmo al fuoco ed alle insidie nemiche. – Centuria «Colombi» - Soluk- Cirenaica, giugno 1924».

Vengono encomiati con motivazioni bellissime, il Capo Manipolo sig. Romolo Galassi ed undici militi del reparto perché si prodigarono con ardimento nello spegnere un incendio di avversari del fascismo. Il capo squadra Gino Milanese per aver fermato un cavallo in fuga.
Numerosi sono encomi solenni de Comano di Zona e di gruppo e le citazioni all’ordine del giorno.

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Sono questi gli episodi più salienti vissuti in ogni ora di ogni giorno con fede inesausta e passione ardente dalle camicie nere della «Leonessa».
Atti di sublime valore e di coraggio, talvolta di eroismo, manifestazioni di bontà e di volontà, di sacrificio e di disciplina, compiuti senza nulla chiedere e senza nulla sperare.
Il Console Augusto Turati, dall’animo di fanciullo e dalla volontà ferrea, ha educato i suoi gregari alla scuola dell’umiltà e del sacrificio senza ricompense, e così disse a S.E. De Bono nel rapporto sull’opera svolta dalla Legione nel disastro del Gleno.
Servire in umiltà ed in silenzio: è il comandamento dei suoi legionari.
Perché nessuna privazione e nessun dolore, né patimenti e sacrifici, rinuncia né sofferenza, potranno mai uguagliare la suprema prova di dedizione offerta da coloro che unici possono chiedere: i tremila morti che all’ara del sacrificio e del tormento donarono la loro esistenza senza rimpianti e senza speranza perché il fascismo fosse e l’Italia vivesse.

Atlantico Ferrari
Brescia, ottobre 1925